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Selvatica, arte e natura in festival

May 3, 2018

Mamma mia, mi sono accorta solo ora che l'ultimo post che ho scritto risale a dicembre!

 

Scusate, ma effettivamente sono stati mesi molto intensi; ero in fase di preparazione degli ultimi lavori che ora sono esposti nelle bellissime sale di Palazzo Gromo Losa a Biella fino al 24 giugno.

 

Infatti, il 20 aprile si è svolta l'inaugurazione di Selvatica, arte e natura in festival, punto di riferimento per gli amanti dell'arte e per gli appassionati di natura. Sono moltissimi gli appuntamenti e le mostre che vengono ospitate in palazzi storici e luoghi simbolo della città di Biella.

 

La mostra si articola in quattro sale con temi diversi.

La sala introduttiva dove è esposto "Upside Down", l'opera che ha vinto l'anno scorso il concorso Be Natural, Be Wild e che mi ha consentito di esporre quest'anno in questa bellissima location.

Proseguiamo nella sala dedicata ai lavori ispirati alle montagne e agli animali che li abitano. Dai boschi dell'Abruzzo, alle pietraie della Valle d'Aosta ai grandi laghi del Nord d'America.

La terza sala, invece racchiude una serie di lavori sugli animali esotici che hanno sempre stimolato il mio desiderio di viaggiare in paesi sconosciuti.

La quarta ed ultima sala ospita invece la mia ultima produzione. Una serie di monotipo ispirati a tre classici della letteratura: Moby Dick di Herman Melville, Il Libro della Giungla di Rudyard Kipling e Il peso della farfalla di Erri De Luca.

La mostra sarà visibile fino al 24 giugno.

Potete trovare tutte le info utili sul sito http://www.selvaticafestival.net/2018/

 

Vi riporto qui sotto il testo critico scritto da Alessandra Redaelli, curatrice artistica di Selvatica.

 

Wildlife in punta di matita

Per Giorgia Oldano ogni viaggio è una ricerca dell'istante perfetto da raccontare in punta di matita. Dalle montagne italiane ai bioparchi africani non c'è meta che non la veda con la macchina fotografica al collo, pronta a cogliere l'attimo imperdibile, la posizione unica, l'espressione di quello sguardo puntato proprio su di lei.

A volte si tratta della velocità nel fermare l'istante. A volte è una questione di pazienza, di fede, quasi. Ore ed ore ad aspettare che il branco si avvicini, che l'animale si isoli e si offra allo sguardo dell'obiettivo. "Era inverno, in Abruzzo; sembrava che non ci fosse modo di scattare nemmeno una fotografia utile. Solo l'ultimo giorno di escursioni, oramai quasi rassegnata, sono riuscita a trovare un branco di camosci. Era bellissimo: in cima alle montagne piene di neve. E' stata una fatica enorme, ma ne è valsa la pena. Mi piace gustarmi il sapore di essermi guadagnata un soggetto con fatica e pazienza", racconta.

Si potrebbe definire una reporter sui generis, una che non si accontenta di aver immortalato l'animale, ma dopo - una volta fermata l'immagine - vuole ripensarlo, ricrearlo millimetro dopo millimetro con le sue mani.

 

E costruirgli inquadrature inedite, incredibilmente ariose, come quella che ha voluto per il bucero di Upside Down (quello che l'anno scorso ha vinto la prima edizione di Be Natural / Be Wild, portandola dritta a questa mostra), preso dal basso, abbarbicato su un ramo, a testa in giù, in una composizione squisita, curvilinea, chiusa dal legno dell'albero come da un abbraccio, dove il disegno occupa solo la parte superiore dello spazio dell'opera e tutto il resto è invaso da un bianco dilagante, da far girar la testa.

L'inquadratura è fondamentale, per lei. Ed è uno dei tratti distintivi del suo lavoro insieme alla mano impeccabile nel restituire la realtà. A volte ha la fortuna di trovare nella natura l'immagine perfetta, altre volte l'impaginazione e frutto di un lungo lavoro di ricostruzione. Ecco dunque i pappagalli in bilico come acrobati prima del tuffo (Seesaw) o il leone maschio che se ne va quasi sprezzante, regalandoci un'ultima occhiata (The royal wandering). E poi i campi lunghi, con l'ambiente che diventa protagonista e l'animale che si fa dettaglio, come la montagna di pietra di On the sunny rocks. O come nell'ipnotico Wood hug - la cui forma circolare enfatizza la prospettiva infinita - dove l'inquadratura sembra presa stando supini a terra e dove l'aquila è il punto d'attrazione dello sguardo nella fuga dei rami spogli verso il cielo.

 

 

A trentaquattro anni Giorgia Oldano vanta già una maturità artistica notevole che ha visto uno dei suoi punti di svolta nel 2014, quando l'artista ha deciso di abbandonare il colore a favore del bianco e nero della grafite. Sul punto è molto chiara: rispetto agli altri mezzi, la matita le consente un'analisi più minuziosa del dettaglio, l'aiuta a sintetizzare, a rendere le immagini più impattanti. Ed è indubbio che se si vanno a vedere i suoi lavori di qualche anno fa a olio ed acquerello, salta all'occhio la differenza tra quella che era - allora - una preziosa capacità di restituire il dato di realtà e quello che è oggi uno stile, una firma. L'animale ora non è più solo studiato nei dettagli, e restituito allo sguardo, ma è scandagliato e ripensato, per certi versi ricreato in altro.

Le opere in mostra oggi a Biella nascono da ispirazioni di vario genere, che vanno dalla letteratura ai ricordi delle passeggiate che - bambina - l'artista faceva insieme alla sorella e al  papà. Gli animali della montagna partecipano di questo senso di libertà che si lega ai ricordi e delle emozioni connesse alla lettura di un romanzo come Il peso della farfalla di Erri de Luca, storia di un camoscio capobranco e del suo cacciatore, ma anche di due diverse solitudini e parabola del rapporto tra l'uomo e il tempo e tra l'uomo e la natura. Poi ci sono gli animali esotici, affascinanti nel loro essere lontani e selvaggi, spesso minacciosi, raccontati da Giorgia Oldano attraverso la sua esperienza di viaggiatrice e filtrati dalle memorie di un altro romanzo che ha saputo far sognare generazioni di bambini: Il libro della giungla di Rudyard Kipling.

 

Per la prima volta qui a Selvatica, l'artista porta in mostra anche una serie inedita di lavori eseguiti con la tecnica incisoria del monotipo. Tecnica dagli esiti particolarmente pittorici che limita la serialità, come spiega il nome, a un unico esemplare. Una strada nuova che l'artista ha voluto fosse qualcosa di completamente sganciato rispetto ai suoi lavori a matita. Quello che le piace, di questa tecnica, è infatti proprio l'emancipazione dalla minuziosità del dettaglio e la possibilità di concentrarsi su trame e pattern, che lei ottiene premendo sull'inchiostro stoffa, carta o addirittura foglie di oleandro o di palma. Anche la carta che sceglie  per l'incsione e diversa rispetto a quella a cui si affida per i disegni, meno "pura", in grado di assorbire l'inchiostro in maniera differente da un punto all'altro e dunque in grado di sorprenderla in fase di lavorazione. Il risultato è una serie di di lavori che contengono al fondo qualcosa di giocoso. Lo spazio dell'opera è occupato in maniera diversa rispetto ai disegni, la sensazione è quella di una "pienezza" nuova, mentre le figure degli animali - che sia un capodoglio o il profilo di un orso - si fanno pretesto per contrappunti di forme, sovrapposizioni, sdoppiamenti, in composizioni sottese di geometrie che sembrano fare più di un'allusione all'astratto.

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